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Il Sap di Piacenza

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da sinistra: Gianpaolo Farsetti, Ciro Passavanti, Vito Lorenzo Palumbo
 

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La delegazione del SAP piacentino alla grande manifestazione contro la finanziaria di Prodi
 

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Il sindacato autonomo di polizia a Piacenza nasce nel 1984, tre anni dopo l'approvazione del D.P.R. 1 aprile 1981, la prima legge di riforma che ha visto trasformare la Polizia di Stato da uno "status militare" a quello ad "ordinamento civile".
Una Legge perlopiù mai applicata fino in fondo e che ancora oggi si pone degli interrogativi sulle scelte da adottare. Alcuni dei padri fondatori del movimento sindacale raccontano che precedentemente al 1981, per tanti poliziotti la libertà di espressione del pensiero "sindacale" fosse un rischio da correre sulla propria pelle. A raccontare di quei tempi è un autorevole personaggio, promotore negli anni '70 del "Movimento per la democratizzazione e riforma della Polizia", un uomo dello Stato che ha vissuto l'Itaia negli anni più bui, quelli del terrorismo: Ennio Di Francesco nel suo libro "Radicalmente sbirro" così descrive alcuni episodi:


 
 

Mi esalto un po’ anch’io. Lo interrompo:
“Mentre parlavi, mi sono ricordato di un vecchio libro curato da Fedeli, straordinario giornalista con cui ho collaborato, dal titolo “Da sbirro a tutore della legge”
, un’antologia delle tante lettere e testimonianze che arrivavano alla redazione di “Ordine Pubblico” prima e di “Nuova Polizia” poi, le due riviste-megafono del “movimento”.
Se non ricordo male quelle pubblicate sono circa trecento, uno spaccato ancora oggi molto interessante del difficile mestiere di poliziotto.
Parlano dell’emarginazione, delle ingiustizie patite in silenzio, dei problemi della famiglia, della tensione, dei pericoli, delle speranze e perché no? delle paure dei “tutori dell’ordine”. Molte sono siglate, forse perché si aveva paura di ritorsioni, “colpevoli” di avere raccontato la verità.
In un passo dell’introduzione Fedeli rileva:
“nella maggior parte di queste lettere va notata anche una sorta di modestia che sfiora l’umiltà; comunque, sempre, una grande dignità e fierezza di appartenere a un Corpo, quello delle guardie di PS, che pur tra tante amarezze e patimenti suscita nei poliziotti un sentimento di orgoglio…”. E ancora:
“Due parole sono ripetute fino allo spasimo: Libertà e Giustizia. Due parole che hanno fatto tremare le vene ai polsi di tanti ufficiali, funzionari e vertici della polizia che, per questo, si sono accaniti in maniera spesso feroce contro gli autori delle missive.
Libertà e Giustizia chiedono – allora come oggi – i poliziotti italiani…”
.
“Tu c’eri. Racconta qualche episodio significativo…”.
“Fra quelle lettere ce n’é qualcuna mia, con pseudonimo.
Di una ricordo il titolo “peggio delle serve, con rispetto per loro!”, e mi indirizzavo soprattutto ai Questori.
Che dirti? Ricordo come ieri quando nel 1970 a Roma l’aitante maresciallo Raffuzzi, che girava sempre con le tasche gonfie di fotocopie della Costituzione, ne tirò fuori una e citando il leggendario Giuseppe Di Vittorio l’agitò quasi sul naso di Luciano Lama che, in una riunione per noi clandestina, tra una nuvola e l’altra di pipa, ci aveva chiesto forse provocatoriamente: ma quanti siete?”

”Mi fa sorridere; sembra una domanda già infelicemente nota! Vai avanti!”
“E quell’incontro a Roma organizzato da Fedeli con alcuni carbonari romani. La preparazione era stata meticolosa e segreta. Si trattava di una riunione con sindacalisti e alcuni parlamentari, persino di partiti ostili.
Finalmente Franco telefona: “tutto è pronto”. Parto da Genova dopo il servizio di notturna per tornare in tempo al prossimo turno.
Alla stazione Termini ad attendermi c’era un agente e poco lontano un altro del “movimento” che aveva l’incarico di accertare che non fossimo pedinati.
Che fai, ridi?”



“Mi stai dicendo di poliziotti che vegliano che un commissario non sia seguito e controllato da altri agenti o carabinieri?
Ammetti che ha il sapore di una comica”.
“Lo dici adesso. Ti ho detto che si poteva essere denunciati, processati, puniti e probabilmente sarebbe finito anche il “movimento”! Era una comica molto seria, credimi…”
.
“Hai ragione, scusa. Allora arrivi a Roma…”.
“L’appuntamento era in una piccola sala qui vicino al Pantheon. Siamo una cinquantina: ci sono i parlamentari amici, Sergio Flamigni per i comunisti; il socialista Balzamo, il socialdemocratico Galluppi; ma ci sono anche il repubblicano Mammì, il democristiano Fracanzani, Rinaldo Scheda per la CGIL, Spandonaro per la CISL, Rufino per la UIL, Luigi Borroni per le ACLI, qualche magistrato, ricordo Mario Barone.
Fu un lungo incontro, ci si studiava, con reciproca volontà di capire, ognuno sperando di contribuire a qualcosa di importante”.

“Beh, certamente, se era il 1972 e c’era anche un democristiano, era un inizio importante. Immagino che avrai preso la parola”.
“Debbo dire che all’inizio intimidito ascoltavo soltanto.
Poi parlai, quasi focosamente. Ero l’unico funzionario:
“i miei colleghi vi hanno ringraziato, io non lo farò.
Stiamo parlando di sicurezza dei cittadini.
Non pensate che sia umiliante che dei poliziotti per potersi incontrare con voi che siete “rappresentanti del popolo” debbano farlo clandestinamente, strisciando lungo i muri come dei ladri?
Non c’è un articolo della Costituzione che parla di diritto di espressione, di associazione e libertà sindacale?”.
Le facce rimasero stupite, della serie: cosa sta dicendo questo tipo? Poi le espressioni si allentarono, e tutti espressero simpatia e condivisione.
La riunione durò qualche ora.
Tornai a Genova distrutto ma soddisfatto, in tempo per riprendere servizio”.

“Che fai adesso sorridi tu?”, gli chiedo vedendo una smorfia di ilarità scherzosa!”
“Fedeli aveva invitato, senza dircelo, alcuni giornalisti a condizione che non chiedessero né scrivessero nulla.
Stavano dietro di noi. Solo alla fine uno venne verso di me, ci abbracciammo: era Peppino De Lutiis, compagno di scuola media a Pescara con me ed Emilio Alessandrini; poi aveva dovuto seguire il papà a Napoli. Erano trascorsi quasi vent’anni e ci riconoscemmo a stento!
Questo è un particolare, che lui ama ricordare, si potrebbe dire, “a prova di bomba” essendo uno degli storici, specie in terrorismo, più bravi di questo paese”.

 

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da sinistra: Mario Trionfante, Antonio Villanti, Vito Lorenzo Palumbo, Pasquale De Ruvo, Domenico Azuni, Gianpaolo Farsetti, Domenico Valentino
 

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A Piacenza i primi fondatori furono... (pagina in allestimento)

 

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